Cambiare i paradigmi: togliere una fetta di libertà al mercato per restituirla alle persone

Dopo il liberismo arrogante, volgare, fatto di risatine e saltelli al grido di “chi non salta… è” ci dobbiamo abituare ad un liberismo elegante, sobrio e intellettuale. Mentre il primo ha diviso un intero paese in fans-feticisti e in nemici acerrimi del Berlusconi, il secondo emana un aurea quasi religiosa di rassicurazione e pacatezza che mi preoccupa non poco. Durante il discorso di presentazione del programma del nuovo esecutivo, il senato sembrava luogo di incontro di un santone con i suoi adepti annebbiati e ubriacati  dalle parole del loro nuovo idolo.

Un passaggio del discorso mi è rimasto impresso. Quando Monti, fra gli applausi generali, esclusa ahimè la Lega, si è soffermato brevemente sul tema del lavoro dichiarando che esiste una parte del mondo del lavoro privilegiata ed ipergarantita, ed invece un’altra che di diritti non è ha. A questo mi sono posto due domande: a quali privilegi avrà pensato il neopresidente? All’Articolo 18? E come farà ad eliminare quelle ingiuste differenze fra lavoratori e lavoratrici? Eliminando i diritti (quelli che forse lui definisce privilegi?) rendendo tutti più precari ed uguali? Come per il resto, anche a queste domande Monti non ha dato alcuna risposta. Vedremo.

Il problema di fondo è come uscire da una crisi incaricando coloro che l’hanno causata di superarla? Anche se le risposte ai problemi complessi di solito non lo sono, questa volta però la risposta è semplice: Non se ne esce.

Innanzitutto perché i mercati finanziari stanno condizionando profondamente non solo la politica, ma il nostro stesso modo di pensare, intrappolato sempre di più nel mono-pensiero liberista. Intrappolati e immobili in una grotta platonica, non vediamo altro che le ombre delle torce credendole l’unica realtà possibile. Basterebbe una citazione di Marx, che ancora una volta si mostra critico geniale del capitalismo e sempre attuale: “Das Sein bedingt das Bewusstsein.”

Ma non se ne esce anche per un secondo motivo: I mercati finanziari o speculano o non sono. Non esiste un mercato finanziari sociale, ne equo ne tanto meno solidale. I mercati finanziari, espressione del capitalismo, vivono sostanzialmente delle speculazioni quotidiane, che non sono altro che un eufemismo del concetto di sfruttamento dei più deboli. Infatti la speculazione vuol dire togliere ai poveri per dare ai ricchi.

A partire dalla seconda metà del secolo XIX la politica imperialista e colonialista inglese, francese, olandese e via dicendo, si basava sui principi ferrei del libero mercato e, di conseguenza, sulla speculazione. Nella sola India fra il 1877 e il 1902 (ma gli esempi si potrebbero estendere anche al Nord Africa, al Brasile, alla Cina) sono morte di fame e di malattie conseguenti alla denutrizioni milioni e milioni di persone. Al contempo gli speculatori compravano grano indiano a prezzi stracciati vendendolo con guadagni esorbitanti in Inghilterra, distruggendo così la cultura, l’economia e la società indiana con conseguenze che perdurano tuttora. Il tutto veniva supportato dal potere politico che, subalterno già allora all’ideologia del capitale, si rifiutava di regolamentare il mercato temendone un crollo, con la scusante che un intervento finanziario sarebbe stato troppo costoso, avrebbe causato un aumento delle tasse per i contadini indiani (uscire dalla povertà tassando i poveri) che così sarebbero stati condannati ad una povertà e fame ancora più disastrose. In più non erano in pochi gli economisti e intellettuali che interpretavano, seguendo una logica razzista, i morti di fame come una selezione naturale contro la quale nulla si poteva.

Da allora le cose non è che sono cambiate poi tantissimo. Anche oggi si agisce come se il capitalismo (il libero mercato, i mercati finanziari) fosse la cosa più naturale del mondo, quasi un fattore biologico, dimenticando invece che anche il capitalismo ha una sua genesi storica e ideologica, e dimenticando che è sempre il capitalismo, come più di cent’anni fa, a contribuire alla fame e alla morte, alle violenze, alle guerre, alla povertà e all’ingiustizia sociale. E come se non bastasse i mercati finanziari hanno per loro natura (questa si che è una legge “naturale”) un effetto destabilizzante e di crisi sul/nel mercato globale, perché proprio di questo si nutrono. Non è un caso che nell’arco di tempo che va dal 1945 al 1973 (crisi del mercato del petrolio) si sono registrate 38 fasi di profonda destabilizzazione economica, mentre nei trent’anni successivi queste si sono più che triplicate arrivando a 139 (1973-1997), mente al contempo cresceva l’incidenza dei mercati finanziari sul mercato globale.

I mercati sono una massa amorfa, senza volto, che deresponsabilizza tutti i suoi attori che li garantiscono la permanente espansione, unico valore etico che intendono perseguire. Risulta assai difficile stanare i colpevoli, nominarli, vederli, ricordandoci quel potere inafferrabile, astratto, ma con conseguenze devastanti per l’individuo, che Kafka nella e con la sua opera ha descritto.

Se vogliamo un mondo migliore dobbiamo invertire i paradigmi che caratterizzano il nostro modo di pensare la politica, ancora prima di farla: liberandoci dal credo quasi religioso secondo il quale il mercato (totalizzante e totalitario) è naturale e senza alternative valide, costruendo realtà economiche che partono da ben altre premesse. Dalla redistribuzione della ricchezza, dalla rivalutazione del bene comune, dalla solidarietà e dalla giustizia sociale. Ed emancipando la politica dai diktat finanziari, ridandole quella capacità di azione autonoma e di intervento per “cambiare lo stato delle cose”. Togliendo una fetta di libertà ai mercati per restituirla alle persone.

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