[da Liberazione 20.11.11] Il divorzio del capitalismo dalla democrazia, di Giorgio Cremaschi

Editoriale su Liberazione di domenica 20.11.11

Mi è capitato di partecipare a uno di quei talk show televisivi ove la confusione è programmata per fare audience. Lì ho sentito Massimo Cacciari affermare con fastidio che, di fronte al fallimento della democrazia degli stati, è persino ovvio accettare le necessità imposte dall’economia globale. Tale terribile affermazione è scivolata via e questo mi ha convinto che, dopo il postmoderno ed il postfordismo, è il momento della postdemocrazia.
Tanti intellettuali di sinistra hanno così accettato lo stato di necessità alla base della costituzione del governo Monti. Tutte le munizioni della critica si sono esaurite nella lotta contro Berlusconi?
La devastazione sociale e culturale di questi venti anni è stata terribile, così come lo è stato il logoramento della democrazia, ridotta sempre più al pronunciamento popolare su un capo a cui affidare tutto. Mentre azienda e politica, mercato e potere si intrecciavano sempre di più. Berlusconi, che oggi lamenta una democrazia sospesa, è vittima dei meccanismi che ha costruito: il degrado del paese alla fine si è concentrato sulla figura del suo capo.
Pochi mesi fa Alberto Asor Rosa auspicò una deposizione dall’alto di Berlusconi. E questa alla fine c’è stata per opera di quella superiore autorità che è oggi il mercato finanziario internazionale. Non illudiamoci, non siamo stati noi che abbiamo tanto lottato, alla fine, a far cadere il governo, ma lo spread. Come è toccato alla Grecia, anche l’Italia è stata commissariata. Il ruolo del Presidente della Repubblica, la pacificazione nazionale vengono dopo questa presa di potere da parte dei mercati internazionali.
I partiti si erano già arresi da tempo. Lo si era capito già un anno e mezzo fa quando Sergio Marchionne impose agli operai di Pomigliano di rinunciare a tutti i diritti pur di lavorare. Marchionne, come Monti, si è presentato in veste austera e con la fama di borghese illuminato, e ha imposto le scelte più feroci come stato di necessità di fronte alla globalizzazione. E il 95% del Parlamento lo ha sostenuto.
Allora Marco Revelli si scagliò con passione e intelligenza contro la Fiat e chi l’appoggiava. Oggi si schiera a favore dell’inevitabile necessità del governo Monti, che pure Marchionne ha sostenuto e difeso. Certo il governo non è un amministratore delegato, anche se questo governo tecnico è ciò che vi somiglia di più. Il punto è che il programma di questo governo è esattamente la lettera della Bce, che a sua volta è il programma unificato che viene imposto a tutti i governi europei dal capitalismo internazionale.

Si sono utilizzati molti paragoni storici in questi giorni. Per me l’unico davvero calzante è quello con il 1914, quando l’Europa e la sinistra si suicidarono per fare la guerra. Oggi la guerra è la schiavitù del debito, che impone lo stesso stato di necessità, lo stesso appello all’unità di patria, la stessa ricerca di un consenso unanime. Se guardiamo in questi giorni il telegiornale a reti unificate che viene trasmesso dalle principali reti italiane, sembra già di essere in una informazione di guerra.
Basta la caduta di Berlusconi a far accettare tutto questo? Per me no. Il governo Monti, con intellettuali di valore, è espressione diretta di quella ideologia neoliberale che ha guidato la politica economica degli ultimi trent’anni. La crisi economica attuale, la crisi della globalizzazione sono proprio il frutto di quelle politiche, eppure il programma economico e sociale del governo propone un rilancio di esse, giustificato da dichiarazioni di equità e da qualche taglio alla casta politica.
Il programma del governo Monti è un classico programma di destra economica liberale e per questo fallirà. Non eviterà il massacro sociale per la semplice ragione che il massacro è già in atto e le politiche liberali non lo fermeranno, quando non lo agevoleranno. E’ il sistema che è andato in crisi e non lo si salva certo con l’unità nazionale attorno alle politiche di sempre. La guerra del debito va fermata e non invece combattuta fino al disastro. Occorre una radicale svolta nelle politiche economiche in Italia e in Europa, a favore del pubblico e del sociale. Ci vuole una drastica redistribuzione della ricchezza, altro che equità dei sacrifici per rassicurare i mercati.
Il governo Monti fallirà nel suo obiettivo di fondo, rilanciare la crescita, e la crisi si aggraverà . A quel punto cosa succederà della nostra democrazia già posta sotto il vincolo della necessità?
Michele Salvati sul Corriere della Sera paragona Monti a un dictator romano, ma afferma che il suo compito è più difficile perché Camera e Senato dovranno approvare ogni sua iniziativa… Quali poteri speciali verranno reclamati allora per il governo, se le cose dovessero peggiorare e se la logica politica resterà la stessa? Dove ci fermeremo, se ci fermeremo?
Il capitalismo occidentale sta divorziando dalla democrazia, se si vuole salvare la seconda bisogna mettere in discussione il primo. Superato Berlusconi resta in piedi tutto il meccanismo ideologico e di potere che l’ha portato al governo in questi anni.
Credo che questo sottovalutino alcuni amici intellettuali profondamente impegnati. Io penso essi non abbiano colto la dimensione della crisi e anche quella delle forze in campo. Essi sperano che il governo Monti ci dia una tregua nella quale riorganizzare le forze per un’alternativa reale al berlusconismo. Ma si sbagliano, la tregua non ci sarà, ci sarà invece l’attacco all’articolo 18 e alle pensioni, ai beni comuni e alla scuola pubblica. E non perché i nuovi governanti siano cattivi o prepotenti, ma perché questo è il loro mandato. No, questa tregua non ci sarà. Per difendere la democrazia e cambiare davvero si dovrà partire dall’opposizione a questo governo e non dal consenso, seppure per necessità, ad esso.

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