[da Liberazione del 18.11.11] La borghesia governa senza partiti, di Tonino Bucci

La davano per morta e sepolta, relegata in fondo all’album dei ricordi. Eppure è tra le più citate – e anche più travisate – formule di Gramsci. Ebbene, l’intellettuale organico è tornato alla grande. O forse non è mai andato via. La classe operaia, i suoi intellettuali organici, li ha persi strada facendo. I mutamenti nel ciclo di accumulazione capitalistica hanno frantumato il lavoro, disperso conoscenze, tecniche e saperi. Ma la borghesia, no, continua a produrre i suoi intellettuali organici negli automatismi della società. La borghesia non ha bisogno di partiti per governare. I suoi dirigenti, i suoi Monti e Profumo, li prende dalla Bocconi e dai management delle banche. Il populismo berlusconiano non serve (più): poco efficiente nel garantire gli interessi che contano, troppo indaffarato a mediare tra clientele. La politica ha i suoi tempi, le sue logiche compromissorie e non può prescindere (del tutto) dalla legittimazione del consenso popolare. Oggi sono questi spazi di mediazione, fisiologici nella democrazia, a diventare intollerabili agli occhi dei poteri forti. Bce e Confindustria puntano al sodo. I politici che fino a ieri – in grazia del loro populismo – ne hanno garantito gli interessi, hanno fatto il loro tempo. Nelle stanze dei bottoni entrano direttamente i grandi “commessi” della borghesia. Sono loro, gli intellettuali organici, quelli che lavorano sullo sfondo, che mantengono i collegamenti, che dirigono e organizzano, che tengono le fila della loro classe sociale d’appartenenza. L’intellettuale organico non si nota, in genere è discreto. Non svolge le sue attività nel Palazzo, ma nei luoghi nevralgici del Potere, contigui al Palazzo o fuori di esso, nelle “casematte” della società civile. Non si vede, ma è lui che fa girare il governo reale della società e dell’economia. L’intellettuale organico è nei rettorati delle università che formano le classi dirigenti, è nei consigli d’amministrazione delle banche, guida le aziende e si occupa di management. «Ogni gruppo sociale – scriveva Gramsci nei Quaderni – nascendo sul terreno originario di una funzione essenziale nel mondo della produzione economica, si crea insieme, organicamente, uno o più ceti di intellettuali che gli danno omogeneità e consapevolezza della propria funzione non solo nel campo economico, ma anche in quello sociale e politico: l’imprenditore capitalistico crea con sé il tecnico dell’industria, lo scienziato dell’economia politica, l’organizzazione di una nuova cultura, di un nuovo diritto, ecc. ecc.». Tra i ministri del governo Monti si trovano nomi di ingegneri ed economisti, di docenti e rettori, bocconiani doc ed esponenti di università private “d’eccellenza” – Luiss e Cattolica – e, ancora, banchieri e manager – al primo posto, Intesa San Paolo, prima banca italiana per profitti. Gramscianamente parlando, sono la versione dell’intellettuale moderno – non di quello tradizionale che si percepisce come portavoce di un ceto autonomo e separato. Sono “organici” perché dirigono e organizzano le attività necessarie al ruolo della loro classe sociale nella vita pubblica della nazione. Gli imprenditori non hanno bisogno di un proprio partito, l’organizzazione se la danno nella loro stessa attività economica. «L’imprenditore – scrive sempre Gramsci nel Quaderno XXIX – rappresenta una elaborazione sociale superiore, già caratterizzata da una certa capacità dirigente e tecnica (cioè intellettuale): egli deve avere una certa capacità tecnica, oltre che nella sfera circoscritta della sua attività e della sua iniziativa, anche in altre sfere, almeno in quelle piú vicine alla produzione economica (deve essere un organizzatore di masse d’uomini; deve essere un organizzatore della “fiducia” dei risparmiatori nella sua azienda, dei compratori della sua merce ecc.)». Ci sarà sempre una élite dell’imprenditoria che «deve avere una capacità di organizzatore della società in generale, in tutto il suo complesso organismo di servizi, fino all’organismo statale, per la necessità di creare le condizioni piú favorevoli all’espansione della propria classe». Quella élite deve essere capace di «scegliere i “commessi” (impiegati specializzati) cui affidare questa attività organizzatrice dei rapporti generali esterni all’azienda».

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