Il risucchio del rospo, di Alfonso Gianni

da www.esserecomunisti.it

martedì, 22 novembre, 2011

Il berlusconismo deve avere lavorato nel profondo di questa nostra sfortunata società, se il governo Monti, per il solo fatto di essersi insediato con una larga fiducia bipartisan, quindi degli stessi berluscones, viene salutato a destra e a manca come un novello liberatore e salvatore della patria

Assistiamo, persino nella migliore sinistra, alla riedizione del tormentone del “baciamo il rospo” che, brillante trovata giornalistica, provocò già tanti guai e fratture nell’occasione del governo Dini. Governo, quest’ultimo, che presentatosi con l’etichetta di governo tecnico – ed effettivamente formato da ministri non politici – fu ben più politicamente determinato e incisivo dei precedenti, facendo tra l’altro, dopo due decenni di dibattiti a vuoto, quella (contro)riforma delle pensioni che oggi la neoministra Elsa Fornero è pronta a completare, archiviando definitivamente ogni forma di pensione di anzianità, con buona pace di chi, pur avendo compiuto un duro lavoro manuale, stressante e ripetitivo si troverà a tirare il carro ben oltre 35 anni, per giungere a un livello di prima sussistenza con la propria pensione.
Insomma il panorama pare popolarsi di tanti Badoglio, mentre all’orizzonte non si vede nemmeno un Togliatti. La strada della ricostruzione della sinistra, che già prima era tutta in salita, rischia un brusco arresto.

In effetti questo governo non è soltanto “quello della Bce”, ovvero non è un mero esecutore di volontà d’oltralpe e tantomeno un governo tecnico. Cova un proprio ambizioso progetto politico. Quello di ridisegnare il quadro politico italiano, frantumando tanto gli schieramenti di centrodestra, quanto quelli – esistenti fin qui più in potenza che in atto – del centrosinistra, facendo emergere una nuova aggregazione politica centrista con il beneplacito dell’altra parte del Tevere e di tutti i poteri reali – visto che quelli forti secondo Monti non esistono – che si annidano nella finanza, nell’economia, nella superclass manageriale che amministra il sistema capitalistico globalizzato – di cui ci ha convincentemente parlato David Rothkopf, un secolo e mezzo dopo l’intuizione del buon Marx -, in quei centri politicamente pensanti e agenti che tanti anni fa avevano spianato la strada alla vittoria al neoliberismo e ora corrono in suo soccorso per garantirne la sopravvivenza oltre la crisi.
Baciare un rospo così significa esserne risucchiati.

Non è convincente la chiamata in causa dello stato di necessità, peraltro così simile a quello di eccezione. L’alternativa non era e non è solo tra questo governo e le elezioni. Queste ultime, continuo a ritenerlo, sarebbero state in ogni caso preferibili e il centrosinistra, malgrado il colpevole ritardo con cui stava per accompagnare alla fotografia di Vasto un conseguente programma, avrebbe potuto vincerle. Ma non era facile imporle o almeno chi a sinistra e a destra diceva di volerle non aveva la forza e nemmeno la convinzione necessaria per ottenerle. “Sarebbero meglio, ma non possiamo dirlo” è stato un leitmotiv canticchiato nei corridoi dei palazzi da gole autorevoli.

In un sistema normalmente democratico esiste sempre una terza strada. Quella dell’opposizione, parole quasi dimenticata in questi giorni o ritenuta troppo compromettente. Un’opposizione di qualità – malgrado che questa dovrebbe ora venire esercitata da forze non parlamentari – è possibile, oltre che necessaria. Non intendo opposizione costruttiva, quasi che vi fosse sempre l’obbligo di moderare le proprie proposte per ottenere qualcosa subito. Il che non sempre è possibile né necessario. Intendo che a un governo come questo si può riconoscere competenza e serietà senza restarne abbacinati. Si può e si deve, un esempio fra i tanti, dire che una tassa patrimoniale comprende anche l’Ici, ma che l’Ici da sola è un cavallo ruffiano, perché rinuncia a colpire nella sua globalità la grande ricchezza accumulata da quel famoso 1% della popolazione che viene giustamente messo sotto accusa dagli indignados e da Occupy Wall Street. Si può dire che dichiarare programmaticamente di non volere prendere a ceffoni il più grande sindacato italiano sia meglio, ma che non per questo la ricerca della concertazione su provvedimenti ad alto tasso di impopolarità sia il toccasana. Opposizione di qualità significa proporsi di fornire soluzioni politicamente e tecnicamente fondate che tengano insieme un ampio schieramento di lotta, senza abbandonarlo a un ribellismo condannato alla sconfitta, capaci di creare “senso” alternativo a quello dominante, prima ancora che consenso, e in questo modo cercare di evitare che la trama di un possibile centrosinistra si sfilacci del tutto in vista della scadenza elettorale del 2013. E’ quanto in fondo si è riusciti a fare non molto tempo fa, in occasione delle vittorie referendarie e in alcune elezioni amministrative, che avevano tolto il terreno sotto i piedi al governo Berlusconi ben prima – curioso che molti lo dimentichino, alcuni pour cause, altri per depressione – delle bordate della speculazione finanziaria.

Eugenio Scalfari, che di questo governo è uno dei padri nobili, lo ha paragonato al governo Visentini degli anni ’80. Ma quest’ultimo, un governo “istituzionale” nominato dal Presidente della Repubblica e non negoziato con i capi dei partiti, poteva comunque fondarsi sull’esistenza di questi ultimi per raccogliere e filtrare esigenze e consenso popolare. Questi non ci sono più o sono tutt’altro. Tra governo e società quasi non esiste sistema di mediazione o è troppo fragile. In positivo lo abbiamo visto con le consultazioni popolari della scorsa primavera, in negativo, e soprattutto, con la crisi della politica. Perciò il governo Monti più che “istituzionale” ci appare come un governo “costituente”. Il suo pieno esito ci porterebbe fuori dalla democrazia come la abbiamo conosciuta e desiderata. Compirebbe quello che a Berlusconi non era riuscito: adeguare la costituzione formale a quella materiale del paese. La costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, cui Monti ha fatto esplicito riferimento nel suo discorso alle camere, nella versione del disegno di legge già presentato dal precedente governo, con la sua invasività nella prima parte della carta costituzionale che concerne i diritti dei cittadini, è solo un avviso ai naviganti.

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