Il massacro di Skočić, di Dalibor Tanić (agosto 2011), traduzione Andrea Rizza – Fondazione Alexander Langer Stiftung

“Mi dissero che avrei visto subito mia madre ..e hanno sparato. Ho rivisto quelle persone dopo 20 anni ..mi ricordo le loro facce, li ho riconosciuti in tribunale. Loro mi hanno massacrato la famiglia. Non so se li odio ..forse non mi hanno insegnato a odiare, perciò questo sentimento non mi appartiene”.

 Zijo Ribić e un “olimpionico”. Cosi e chiamata la classe dei nati nel 1984 in ex-Jugoslavia. È cresciuto in una famiglia felice, con tanti bambini. Otto anni piu tardi, il 12 luglio 1992, una formazione paramilitare serba entra a Skočić, paese natale di Zijo e cambia per sempre la sua vita.

“Anche dopo tanti anni mi ricordo tutto ..come se fosse successo ieri. Mi ricordo quando sono arrivati e ci hanno presi. Prima ci hanno picchiati, cercando oro e armi. Hanno detto che non avrebbero fatto niente alle donne e ai bambini. Ci hanno raggruppati tutti davanti alla casa ..hanno stuprato mia sorella maggiore Zlatija e io ho visto tutto …. poi sono arrivati due camion nei quali ci hanno caricato. Arrivati a destinazione ci hanno fatti scendere uno alla volta e ci hanno condotti verso una fossa appena scavata. Prima hanno fatto scendere mia madre e mio fratello, poi sono venuti a prendere me. Avevano appena finito di stuprare nuovamente mia sorella. Io piangevo, chiedendo di vedere mia madre. Mi risposero che l’avrei vista subito. Poi, in fila è arrivato il mio turno. Ho sentito degli spari e un fendente di lama nel collo. Ho fatto finta di essere morto. E mi hanno gettato nella fossa insieme agli altri che avevano appena ammazzato”.

Zijo e rimasto per qualche tempo tra i cadaveri e successivamente si e fatto spazio tra i corpi, riuscendo a raggiungere il bordo della fossa e a scappare nei boschi circostanti. Poi e riuscito a raggiungere una casa abbandonata dove si e fermato per dormire. Al risveglio ha iniziato a vagare senza meta, per un tempo indefinito, finche, entrando in un’altra casa vuota ha trovato un soldato che indossava l’uniforme della JNA (Esercito Popolare Jugoslavo). Il soldato e un suo commilitone lo hanno aiutato.

“Mi hanno soccorso subito ..mi hanno fatto lavare e dato da mangiare ..mi hanno dato dei vestiti puliti e poi mi hanno portato a Kozluk in infermeria. Lì ho visto le stesse persone che la sera prima hanno ucciso i miei familiari. Mi sono aggrappato ai due soldati che mi hanno salvato e non li mollavo”.

Una ragazza, che chiamavano Dragana e il comandante dei paramilitari che commisero il massacro, soprannominato Simo “četnik”, cercarono di portarlo via, ma i due soldati si rifiutarono di lasciarlo. Lo condussero invece all’ospedale di Zvornik, dove rimase fino a ottobre ’95, quando, grazie all’intervento di una ong, venne ricoverato nell’istituto “Dr. S. Milošević” di Igalo (Montenegro). Era pesantemente traumatizzato da quello che aveva vissuto.

“Dovevo rimanere nell’istituto solo qualche mese e invece ci sono rimasto fino al ’96. Dovevo curarmi. Poi, grazie ad un progetto dell’UNICEF, sono stato portato in un orfanotrofio, il “Mladost” a Bijeloj, in Montenegro”.

Dopo 5 anni trascorsi a Bijeloj, Zijo torna in Bosnia Erzegovina, nell’orfanotrofio di Tuzla. A Tuzla si diploma regolarmente presso la scuola alberghiera, diventando cuoco. Nel 2005 Zijo esce dall’orfanotrofio e per i due anni successivi viene ospitato da Tuzlanska Amica, a Casa Pappagallo, una struttura per i ragazzi maggiorenni che escono dall’orfanotrofio e non hanno dove altro andare. Grazie alla collaborazione tra la scuola alberghiera di Tuzla e quella di Rimini, Zijo trascorre un periodo in Italia, dove lavora come cuoco per un paio di stagioni.
Zijo adesso e tornato in Bosnia ..e solo e vive in una stanza in affitto che fa fatica a pagare. La sua e una storia completamente dimenticata. Ha chiesto aiuto a varie associazioni, ma e sempre andata a finire con tante promesse e nulla di fatto. Zijo non cerca altro che un lavoro che gli consenta di costruirsi una vita normale ..

Nel 2005 grazie all’aiuto di un parente che lo mette in contatto con Nataša Kandić (sociologa, Premio Langer 2000, fondatrice del “Fond za humanitarno pravo – Humanitarian Law Center” di Belgrado, attivo fin dal ’92 per il rispetto dei diritti umani durante la guerra in ex-Jugoslavia), Zijo decide di raccontare la sua storia e denunciare gli autori dello sterminio della sua famiglia e del suo villaggio. Grazie al sostegno e all’assistenza della Kandić e del suo staff, vengono intraprese le indagini e nel 2009 inizia, a Belgrado, il processo, tutt’ora in corso, contro gli autori materiali del massacro di Skočić in cui venne sterminata la famiglia di Zijo. Zijo e il primo rom ad aver portato in tribunale la questione del genocidio del suo popolo. Un genocidio dimenticato, passato in secondo piano sia durante l’olocausto della Seconda Guerra Mondiale, che durante le Guerre Jugoslave degli anni ’90.

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