la crisi è strutturale, non congiunturale, di Lidia Menapace

Vorrei intervenire sul conservatorismo che Sacconi, Marchionne e Monti deprecano, per battersi -come dicono- per la novità, la modernità, il cambiamento. Anche il fascismo -ricordiamolo- chiamò rivoluzione una restaurazione e reazione delle più feroci accompagnata però da momenti di “modernizzazione”. Credo infatti che il cavallo di Troia per fare un’operazione reazionaria sia proprio la modernità. Sacconi accusava i sindacati agenti del conflitto sociale di conservazione e chiamava la sua proposta di arbitrato obbligatorio una modernizzazione: in verità l’arbitrato obbligatorio è una nota caratteristica dell’ordinamento corporativo, non sindacale, del conflitto sociale e la forma di gestione corporativa di esso ha un nome storicamente determinato: Feudalesimo, quando dalla schiavitù si passa alla semilibertà della servitù della gleba. Non so se mai qualcuno abbia rimproverato i servi della gleba di essere conservatori, se non volevano diventare Lanzichenecchi (la mobilità “moderna” in uscita di allora). Ai e alle giovani disoccupati/e, che stanno diventando inoccupati/e e tra un po’ inoccupabili, si presenta come ricetta risolutiva e moderna la formazione professionale. Tutti gli indicatori sociologici dicono che è difficile trovare lavoro, ma che comunque chi non ha una laurea ha maggiori difficoltà e dunque la formazione professionale deve essere studiata come formazione permanente post fine degli studi, essendo noto che chi ha studiato di più ha anche acquisita una maggiore flessibilità mentale e una maggiore abitudine ad imparare. Proporre oggi come “riforma” il ritorno alla separazione tra chi studia e chi si addestra al lavoro è reazionario. Invece di portare anche tutti gli istituti professionali all’accesso all’università come canale conoscitivo più vicino alla comprensione del lavoro come conoscenza, e puntare invece su una formazione professionale precoce significa proprio voler costruire un nuovo proletariato moderno, cioè meno capace di conflitto e meno dotato di capacità e nozioni per gestirlo. Se a tutto ciò si accompagna una permanente maggiore difficoltà delle donne nel mercato del lavoro, il disegno è chiaro: tagliare le “pretese” di tutti e tutte, predisponendo un rinvio delle donne a domicilio come “servizio sociale onnicomprensivo gratuito”, detto impropriamente “lavoro di cura”, ovviamente non pagato. Tutte le proposte che ho citato vengono gabellate come proposte “per uscire dalla crisi”, che -si dice ormai di frequente- è strutturale sistemica ecc.: ma le proposte del governo Monti sono congiunturali. Non si può contrastare o superare una crisi strutturale con interventi congiunturali, senza produrre barbarie, invece che progresso. Come volevasi dimostrare.

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