Se nelle mani della tecnocrazia i lavoratori diventano cose, di Dino Greco

Se dovessimo con un solo tratto di penna spiegare il senso dell’attacco frontale allo statuto dei lavoratori e, segnatamente, all’articolo 18, diremmo così: per Monti e compagnia cantante ogni causa di licenziamento è intrinsecamente giusta. Lo è – per capirci – quali che siano le ragioni, anche le più viete e inconfessabili che muovono il datore di lavoro. Perché il padrone deve poter disporre a proprio discernimento, dunque senza fastidiosi condizionamenti interni o esterni, di tutti i fattori della produzione e, in primo luogo, della forza lavoro. Sulla base di questa cultura irriducibilmente incardinata sulla primazia dell’impresa, i lavoratori devono entrare nel processo produttivo come puri fattori della valorizzazione del capitale, spogliati di diritti che possano interferire con la governance dell’impresa, a partire da quello – inconcepibile – di essere reintegrati nel posto di lavoro, ove il licenziamento loro intimato si configuri, in forza di una legge dello stato, ingiustificato e perciò lesivo della loro personalità (oltre che dei loro interessi patrimoniali). E’ il concetto stesso del lavoro come elemento costitutivo della personalità e della dignità della persona (come limpidamente contemplato nella Costituzione repubblicana) ad essere totalmente estraneo alla cultura dei timonieri della politica italiana e continentale, perfettamente interfacciati al potere finanziario che ha sussunto in sé ogni reale leva di comando. Mai come nel tempo presente il pensiero unico ispirato al liberismo più spinto ha abbandonato ogni pur labile bardatura democratica per proporsi come puro dominio di classe. Tutta la cultura sociale del Novecento, l’intero bagaglio di diritti conquistati dal movimento operaio per contrastare o almeno temperare l’asimmetria di forze fra capitale e lavoro devono essere dunque buttati al macero e offerti in sacrificio al dogma (al totem) della competitività. Va da sé che il moderno giuslavorismo – proprio in quanto nato nella temperie di un grande processo di incivilimento sociale e politico – deve essere espiantato come un cancro che corrode la libertà di impresa. Dunque, al posto del diritto del lavoro, il diritto commerciale, che tratta lo scambio fra lavoro e capitale come si trattasse di una transazione fra cose, dove il capitale detta unilateralmente le condizioni – sempre più pesanti e iugulatorie – che rendono quel rapporto per sé conveniente. Insomma, la modernità di cui parla con voce sostanzialmente univoca la filibusta che governa con contorno di cavalieri serventi, non è altro che un ritorno al Settecento, con la riduzione del lavoro a prestazione servile e con una struttura di comando via via affrancata da vincoli costituzionali, da vecchie ubbie romantiche sulla sovranità popolare, comunque declinata. Nell’epoca del più grande processo di finanziarizzazione della storia e della concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi “proprietari universali”, il capitale sta privatizzando e soggiogando anche la politica, spogliandola di ogni autonomia e trasformandone gli sbiaditi attori in un’oligarchia tecnocratica al proprio diretto servizio. Gli ideologhi di questo colossale esproprio di sovranità e di democrazia oggi al governo dell’intero continente sono sino ad ora riusciti a rendere egemone, oltre che dominante, la propria concezione del mondo e dei rapporti sociali che vi sono sottesi. La latitanza di una cultura radicalmente alternativa ed organizzata ne ha favorito il mascheramento dentro una pretesa quanto falsa oggettività. Così, la tragicommedia che vive l’Italia in queste ore, l’implosione farsesca del Pd che privo di una bussola sbatte in ogni direzione come una pallina da flipper, lo stesso cronico moderatismo della Cgil che l’ha portata, prima di una resurrezione in articulo mortis, in un collo di bottiglia, sono lì a dimostrare quanto profondo sia stato lo smottamento di parte rilevante di quella che fu la sinistra, smarrita nella politica in quanto orba di una propria autonomia culturale e progettuale. Ma poiché anche il diavolo più astuto non riesce sempre – per un eccesso di protervia – a mettere il coperchio sulle proprie pentole, può accadere che la violenza dell’assalto liberticida risvegli coscienze sopite, susciti una reazione imprevista, disveli la natura sopraffattrice dei rapporti sociali che si vogliono instaurare a colpi di mannaia. E, magari, ispiri una rilettura critica del modo di produzione, dei rapporti di proprietà, del modello di società e di governance planetaria nei quali si è riposta tanta sconsiderata fiducia, ritenendoli il perimetro insuperabile di tutto ciò che è pensabile e fattibile. Elsa Fornero – e con lei molto giornalismo embedded – ama criticare, con una formula che vorrebbe essere irridente, l’ostinazione con cui la Fiom difende la strumentazione contrattuale e giuridica che riconosce al lavoro dignità e rappresentanza sociale. La frasetta, di disarmante semplicità e dall’intento risolutivo, dice: “Bisogna rendersi conto che il mondo è cambiato”. A ben vedere, una mera tautologia, che non spiega “come “ il mondo è cambiato e, soprattutto, per mano di chi e per andare dove. Quasi che il peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita, l’impoverimento sociale, il sacrificio dei diritti di cittadinanza, la spaventosa divaricazione delle diseguaglianze, l’abdicazione della democrazia in favore di un’oligarchia tecnocratica priva di legittimazione popolare recassero lo stigma del progresso, rappresentassero il futuro dell’umanità. Sì, il mondo è cambiato. In peggio. Per questo è necessario combattere. Per cambiarlo di nuovo, prima che la crisi divenga il detonatore di un’ecatombe della democrazia.

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