Liberare il mondo del lavoro a suon di libri

Alcuni giorni fa, al presidio di una fabbrica, sono rimasto molto colpito da un’operaia che si meravigliava che “addirittura” il corriere della sera non si occupasse dei problemi dei lavoratori, ritenendo il Corriere un giornale vicino ai lavoratori. All’indomani mi era venuto in mente un reportage letto molti anni fa sullo “Der Spiegel”, nel quale il giornalista tedesco era impressionato dal fatto che moltissimi lavoratori e le lavoratrici italiani usassero leggere libri nei treni pendolari mentre si recavano a casa o al lavoro; raccontava, fra le altre cose, di un operaio immerso nel “Nome della Rosa” di Eco.

Io credo che uno dei problemi di fondo con il quale oggi dobbiamo confrontarci sia la trasformazione culturale e forse antropologica del e nel mondo del lavoro, che da due o tre decenni ha colpito la nostra società. La storia del movimento operaio è sempre stata strettamente collegata con la lettura, con le biblioteche popolari, con la fame di cultura, strumento (di questo gli operai e le operaie ne erano consapevoli) di emancipazione e di liberazione dallo sfruttamento. Oggi purtroppo non è più così.

L’arricchimento culturale non viene più percepito come strumento di liberazione, triturato fra lavori mal pagati, esistenze precarie che non lasciano spazio materiale e psicologico per leggere e fra l’assalto quotidiano di media soporiferi e lobotomizzanti. È un cerchio vizioso, dal quale è difficile liberarsi. Ma di certo non impossibile. Anzi. La lotta a difesa del mondo del lavoro, di questo ne sono molto convinto, passa anche attraverso la lotta per la difesa della scuola pubblica, per la difesa della cultura dei beni comuni, per una cultura accessibile a tutte/i.

È necessario oggi un movimento di neoalfabetizzazione per riuscire nuovamente a comprendere il linguaggio, a volte ipocrita, spesso cinico (alcuni esempi montiani: “decreto salva-Italia”; “il welfare è u modello superato”), delle classi dirigenti e di chi decide delle nostre vite e di quelle delle nostre figlie e dei nostri figli, riprendendosi l’autonomia di pensiero e di giudizio che è una condizione necessaria per comprendere le ideologie e il fine ultimo dei potenti rompendo il cerchio vizioso nel quale molti di noi sono imprigionati. Ai manganelli della polizia contro i no-tav, contro gli operai, contro gli studenti, rispondiamo con un libro. È quello, in fondo, che temono di più.

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