I TAV e i guasti dell’ economia territoriale, di Lidia Menapace

I Tav, una questione cruciale e di respiro politico grande. Di ciò mi sono convinta riflettendo e in parte partecipando al dibattito, a cominciare dalla Valsusa. A Bolzano la sera del 19 aprile si è tenuta una iniziativa di buonissimo livello e di grande partecipazione, anche per connettere il No Tav di Valsusa al costruendo No Tav Brennero-Verona, che è in avvio: ne ricavo alcune ulteriori considerazioni.

La questione dei Tav è un esempio, al momemto forse il maggiore, del trattamento del territorio, una risorsa che sono disposta a chiamare bene comune, se si intende la locuzione come quella di Bene d’uso, dunque non di proprietà, nemmeno collettiva, ma da mantenere in uso e da lasciare in uso a chi verrà dopo di noi: quindi il primo dovere verso il territorio è quello di non manometterlo, ma di lasciarlo ancora utilizzabile. Vorrei ricordare che gli antichi romani pensavano che le cave fossero una specie di sacrilega curiosità, quella di scrutare le viscere della Madre Terra, e consideravano il lavoro in esse una condanna (lo era penalmente, per davvero): sicchè quando una cava era esausta ricoprivano di nuovo il terreno, cercando di ripristinare le condizioni di partenza.

Dunque, se non vi sono bisogni reali che non è possibile soddisfare altrimenti, non si deve manomettere il terreno e in ogni modo, prima di farlo bisogna che la popolazione ci studi sopra e ne decida l’uso: cioè se esso è compatibile con ulteriori usi dello stesso territorio o elimina per l’umanità futura la possibilità di decidere in ordine a un bene il cui valore è inestimabile, non essendo infatti un bene di mercato nemmeno pubblico, ma un bene “non disponibile”.  

Prima dunque che le Alpi diventino una forma di gruviera, sarà bene studiare senza paraocchi la questione, con approfondite verifiche di ciò che banche, imprese di costruzione e autorità politiche spesso ignoranti propongono. Usano tutti, forse con maliziosa furberia, forse per autentica alienazione da potere, termini che suonano suadenti alle orecchie dell’intellettualità (merita questo onorevole riconoscimento?) di sinistra: progresso e modernità.

Il primo epiteto che definisce un “intellettuale” è lo spirito critico: dunque i branchi di “intellettuali” che sono disposti a credere che la “riforma” dei rapporti di classe proposta da Sacconi si potesse accettare senza beneficio d’inventario, solo perchè si diceva intenzionata a promuovere la “modernizzazione” del paese, non sono intellettuali, ma ignoranti o distratti o venduti. Infatti a prima letta si capisce che Sacconi vuol riportare i rapporti tra le classi al Feudalesimo, quando appunto erano regolati dalle corporazioni d’arti e mestieri, cui veniva imposto l’arbitrato obbligatorio. Fine dalla lotta di classe, “coesione sociale” e fini “condivisi” a portata di benedizione papale.

Anche “progresso” ha lo stesso potere tentatore: ma è progresso correre a rotta di collo inquinando e disturbando tanto da rendere inevitabili protezioni ai fianchi dei treni e lungo le autostrade? al punto che fra tunnel e protezioni si può viaggiare chilometri senza vedere niente (a parte che i finestrini dei treni non vengono puliti, se non ogni tanto dalla pioggia e coprono tutto sotto una specie di pudica foschia…) senza accorgersi nemmeno che il paesaggio è scomparso dietro le paratie di vetro e plastica: e meno male che i “graffitari” ci pensano a coprirle dei loro misteriosi segni che vorrei tanto saper leggere e decifrare!

Sgombrato il cervello dal suo riflesso condizionato, cioè acritico, al suono di “modernità” e “progresso”, vediamo che cosa ci offrono i datI messi a disposizione dalle approfondite analisi di No Tav Valsusa e di No Tav Brennero-Verona. Sono per lo più dati che confutano in modo scientificamente corretto dati falsi o promesse infondate o errori già sperimentati. Basta rivolgersi ai Comitati No Tav per avere grafici piantine percentuali numeri ecc.ecc. a volontà. Cosa che mi permetto di consigliare ai citati “intellettuali”, che certo sono in grado di consultare un po’ di siti sul loro computer.

Quanto a me, racconterò ciò che la mia memoria ha selezionato in un po’ di mesi, come son solita fare sotto il nome pretenzioso di “teoria d’occasione” da costruire. La prima volta che ho sentito parlare di Tav è stato anni fa, quando cominciarono a circolare discorsi sui trasporti in Europa: linee ferroviarie ad alta velocità da Lisbona a Kiev, da Berlino a Palermo. Per contrastare l’inquinamento da autostrade. Mi sembrava molto giusto e aspettai il seguito: pensavo a una fitta rete di treni anche veloci che potessero offrire un buon trasporto, in modo da suggerire a molti e molte che usano la macchina per necessità, di servirsi del treno. Insomma il treno come servizio pubblico generale primario, economico, frequente, non troppo affollato, da pendolari insomma. Feci un sobbalzo incredulo e irridente quando sentii la propaganda del Tav di Valsusa magnificato come “il treno che ti può far assaggiare a Kiev le fragole di Lisbona!”: “Voglio vedere la faccia di quello che va a Kiev per comprare fragole di Lisbona”, dato che fragole ci sono ovunque, hanno un habitat vastissimo, non occorre scarrozzarle per centinaia di chilometri. E poi un treno che viene propagandato perchè trasporta velocissimamente fragole, non è un Tav, bensì un Tac, cioè un treno ad alta capacità, fatto per garantire la llbera circolazione delle merci, come si dice, non la libera circolazione delle persone. Mi resta misterioso, perché io debba svenarmi per garantire la libera circolazione delle fragole. La libera circolazione delle persone si sa che non interessa al capitale, che preferisce ad esempio dirigere in modo selvaggiamente autoritario gli andamenti migratori.

Da qui, mentre venivo a conoscenza della militarizzazione del territorio di Vicenza, per la faccenda degli aeroporti militari Usa sul nostro territorio, sostenendo le lotte contro, ho incontrato il No Tav valsusino, che era sempre presente e da allora ne ho sempre seguito la vicenda e appoggiato proposte e rivendicazioni, trovando che la sua speciale importanza era nella continua ricerca di informazioni spiegazioni confronto con esperti anche di rango universitario ecc.ecc. Questa “alfabetizzazione” di ogni pezzo di popolazione, a me che propugno l’Alfabetizzazione Totale, come antidoto alla crescente descolarizzazione e analfabetizzazione tardocapitalistica, suonava come una melodia piacevolissima. Anzi -dirò in fretta senza spiegazioni per ora- la ritengo la forma di alternativa sociale che abbiamo davvero a disposizione.

Mi sono capitate ancora un paio di esperienze istruttive: sere fa ero a cena da compagni della Federazione del Prc di Bolzano e Betty aveva preparato un buonissimo risotto con gli asparagi. Mentro ne lodavamo la squisitezza, lei sbotta: “avevo fretta e ho comprato gli asparagi al supermercato e a casa mi sono accorta che venivano dal Perù!”. Intorno a Bolzano, e del resto fino a Bassano si coltivano ottimi asparagi e anzi sono una squisitezza nella cucina sudtirolese, che è altrimenti piuttosto rude. Eppure la grande distribuzione compra e vende asparagi peruviani, che costano meno, dopo aver volato dal Perù a qualche aeroporto europeo, e poi viaggiato in treno fino da noi. E’ una pura assurdità. Ma non basta: su una mail ho letto le parole di un signore stupitissimo, che aveva trovato al supermercato pomodori in lattina provenienti da Londra e garantiti made in Italy, che cioè erano stati coltivati e lavorati a Napoli, mandati in Inghilterra, donde erano tornati in parte invenduti: non mi stupirò quando qualcosa di simile capiterà con la salsa di pomodoro di provenienza cinese, fatta arrivare fin da noi per garantire il “made in Italy”: come una volta si faceva con i tessuti di lana di Biella fatti passare per tessuti di Manchester. Ma io devo spendere soldi a gogò e distruggere ettari ed ettari di terreno agricolo per far fare del turismo ai pomodori? ancora peggiore follia.

Giorni fa sono stata a parlare della Resistenza in un bellissimo liceo scientifico vicinissimo a Padova, anzi nella sua “periferia residenziale”. Bellissima iniziativa, consolantissima scoperta di insegnanti che con vera passione trasmettono passione di conoscere a studenti del territorio. Ma il territorio, che era di orti e prati, non esiste più; è diventato appunto periferia residenziale. Ecco una delle conseguenze della manomissione territoriale: ogni volta che facciamo venire da lontano alimenti che prima producevamo presso di noi, avviciniamo il tempo in cui i continenti ricchi potranno acquistare a poco prezzo cibi di popolazioni povere, che possono morire di fame lontano dai nostri sensibilil occhi e quindi lontani dai nostri cuori di pietra, come dice il proverbio: lontan dagli occhi, lontan dal cuore. Oppure può capitare che invece di ridurre i consumi di carburanti inventiamo la benzina verde fatta col mais, che così viene comprato dalle multinazionali, mentre i messicani che mangiano tortillas di mais come noi pane, non hanno più soldi abbastanza per comprarsele, dato che i prezzi crescono, per effetto di quell’indiscutibile dogma che è la “libera”concorrenza. E intanto vediamo lo spazio di orti campi e pascoli diventare aeroporti autostrade linee Tav e crescere desolazione e isolamento e barbarie. Diceva mio suocero, quando i campi diminuivano e crescevano i capannoni , oggi abbandonati come modernariato industriale fuori uso: “e po’ cossa magnerè: limadura de fer?” appunto.

La terra che noi consumiamo non si recupera, è perduta per sempre e noi siamo già responsabili della fame che colpirà gli e le umane dopo di noi. A meno che non freniamo questa follia e cambiando i nostri stili di vita e alfabetizzandoci con una cultura alternativa, avviamo la fuoruscita dal capitalismo in crisi irreversibiie. Non c’è più molto tempo, ma un po’ ce n’è ancora.

 

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