Dobbiamo prima capire se vogliamo contrastare la violenza

Il discorso pubblico sugli attentati di Parigi segue in gran parte un approccio irrazionale e al contempo propagandistico. Sono fondamentalmente quattro i punti che lo caratterizzano:

1. L’islam viene sottoposto ad una analisi politico-teologica superficiale e tendenziosa e viene usato come demarcazione identitaria fra occidente “civilizzato”, “luogo di libertà e democrazia”, e mondo islamico, tetro, arcaico, antidemocratico, viene usato per tracciare il confine fra il NOI e il LORO, fra il bene ed il male. Si discute se l’islam in toto è una religione che leggittima la violenza come strumento leggittimo teologico ed etico. Ovviamente si dimentica che ci sono, tanto per fare un esempio, degli ebrei ortodossi, soprattutto negli insediamenti illegali in Palestina, che quotidianamente mettono in pericolo la vita di palestinesi, lanciando contro di loro sassi e a volte sparando fino ad uccidere anche bambini palestinesi. Ci si dimentica anche che negli Stati Uniti cristiani fondamentalisti hanno più volte ucciso medici pro-abortisti, ci si dimentica che brejvik ha massacrato 77 persone, fra le quali la maggior parte giovanissime, in nome della cristianità europea. Dunque, l’islam non è ne più ne meno violento del cristianesimo o dell’ebraismo.

2. Collegato al discorso pubblico sull’islam, in articoli, dibattiti etc., spesso si esige direttamente o implicitamente, o perlomeno ci si aspetta, che sia le organizzazioni musulmane sia i singoli musulmani dichiarino pubblicamente la loro avversione al terrorismo. Ma perchè, mi chiedo, un innocente, dovrebbe farlo? È come costringere un ebreo, che nella vita non ha mai fatto nulla di male, di dichiararsi pubblicamente contrario ai crimini perpetuati da ebrei nei confronti dei palestinesi. Oppure di chiedere ai cristiani di prendere le distanze pubblicamente dal criminale Brejvik o dai pazzi fondamentalisti americani. Una società che accetta la collettivizzazione di colpe non può dirsi ne democratica ne libera.

3. Da giorni si discute su quasi tutti i media e nei social networks se Charlie Hebdo è un giornale di qualità o meno, si discute dei limiti della satira, si discute se le vignette pubblicate sul settimanale parigino sono offensive o meno. Ma tutto ciò cosa centra con gli attentati? Nulla, ma proprio nulla. È come se qualcuno, consapevolmente o inconsciamente, volesse suggerire che la redazione di Charlie Hebdo una certa colpa per gli attentati magari ce l’ha, come se qualcuno volesse dire che in qualche modo Charb e colleghi se la sono cercata.
Il dibattito sulla qualità del settimanale satirico è completamente fuori luogo e fuorviante.

4. Sono molte le domande che in questi giorni giornalisti, intellettuali, politici pongono e si pongono e alle quali cercano di trovare risposte. Ma una domanda, che ritengo fondamentale, ma che non sento praticamente mai porre è il perchè delle persone decidono di uccidere e di farsi uccidere in nome di un dio. Intorno a questo quesito ne circolano altri: Perchè quasi sempre si tratta di uomini? Perchè spesso si tratta di persone che non per forza provengono da condizioni socioeconomiche disagiate? Perchè ad un tratto si avvicinano ad una visione violenta di religione? Perchè portano in se un odio e forse anche una disperazione talmente immensi che sono pronti ad uccidere e farsi uccidere? Perchè hanno una immagine del “mondo occidentale” totalmente negativa? Porsi queste domande non vuole dire leggitimare la loro violenza, anzi, è il tentativo di comprendere. E senza comprendere i motivi di questa violenza mostruosa non riusciremo mai a contrastarla veramente.

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