Diario dalla Palestina

Dal viaggio in Palestina con la delegazione del dipartimento esteri del Partito della Rifondazione Comunista, Lulio/agosto 2009

Testo e foto  di David Augscheller

Aida

Rawan ha diciotto anni e ha appena finito gli esami di maturità con un punteggio di 84 centesimi, risultato che la rende molto soddisfatta. In autunno Rawan vorrebbe studiare management, in’shallah, se Dio vuole. Rawan si trova a Ramallah, la capitale amministrativa della Palestina, dove partecipa ad un corso per parrucchiere, organizzato dal Democratic Center. È una delle poche occasioni per giovani come Rawan per uscire dai loro paesi e dalle loro città, che a causa dei molitissimi check point israeliani si sono trasformati in prigioni a cielo aperto. Ma Rawan è stata anche in Inghilterra con un gruppo folkloristico. La cooperazione internazionale è importante anche per mantenere i contatti con coetanei di altri paesi e per dare un po’ di normalità alla vita quotidiana. Rawan abita ad Aida. Aida. Il nome che ci ricorda l’opera verdiana, in verità è un campo profughi a Betlemme, la città natale di Gesù. Il campo esiste oramai dal 1948. Sono profughi nel proprio paese, definiti displaced persons dalle Nazioni Unite, come i profughi della seconda guerra mondiale. Con la proclamazione dello stato di Israele il nuovo governo iniziò a cacciare i palestinesi dai loro villaggi, che si sono rifugiati in dodici campi profughi, campi temporanei, provvisori, ma che di provvisorio hanno solo il modus vivendi dei loro abitanti, visto che oramai ci vive la terza generazione. Fuggendo, molte famiglie si sono portate con se le chiavi delle porte di casa, convinte di poter tornare presto. Da allora le chiavi vengono tramandate da generazione a generazione, simbolo di speranza e di memoria delle proprie radici. Una enorme chiave è posta all’entrata del campo di Aida. Nel 1967, dopo la guerra dei sei giorni, ai vecchi profughi si sono aggiunti i nuovi, così che ad oggi sono oltre 800,000 i palestinesi che vivono ammassati nei campi profughi della West Bank. In più oltre la metà dei profughi di Aida sono adolescenti come Rawan, che hanno ben poche speranze per il futuro, perché di fatto vivono in una prigione all’aria aperta. I campi profughi sono amministrati dalle Nazioni Unite, ma mancano le infrastrutture primarie, come ospedali, sistemi di canalizzazione o anche semplicemente campi da gioco. Anche per questa mancanza la vita quotidiana è precaria in tutti i sensi. Nel campo manca anche l’acqua. In media la fornitura dell’acqua è ridotta a due o tre giorni la settimane per due o tre ore, ma nei periodi di siccità la situazione di solito peggiora. La scorsa estate ad Aida i rubinetti sono rimasti secchi per settimane. Il problema dell’acqua è una delle difficoltà maggiori che attualmente attanaglia i territori palestinesi, soprattutto perché Israele controlla praticamente tutte le risorse idriche (ed energetiche) e passa ai palestinesi solo una parte del loro fabbisogno. Ad Aida non manca solamente l’acqua. Manca anche lo spazio. Dato che l’area sulla quale sorge Aida è delimitata e non può espandere, come tutti i campi (le tende degli anni cinquanta oramai sono da tempo state sostituite da stanze di mattoni, anche queste provvisorie) il campo cresce verso l’alto e da l’impressione di centinaia di scatole posate più o meno casualmente una sopra all’altra, come se l’unica via di scampo potesse passare per il cielo, l’unico spazio libero da torrette di controllo e filo spinato.

Sono pochissime le stradine nelle quali ci può passare una macchina. E siccome non c’è posto neanche per dei campi gioco, i bambini affollano i vicoli e le strette vie del campo. Anni fa dei ragazzini si sono costruiti un campetto da calcio fra gli olivi adiacenti Aida, il loro unico spazio per giocare, finché un giorno il muro voluto da Sharon è arrivato anche a Betlemme e Aida, separando il campo profughi dall’ uliveto sul quale sorgeva il campetto di calcio. Una delle molte ingiustizie di questa terra.

In più i campi sottostanno alle incursioni più o meno arbitrarie della polizia e dei militari israeliani. In azioni notturne entrano regolarmente nei campi in cerca di giovani da arrestare, usando spesso anche le loro armi da fuoco, come raccontano i muri delle case dei campi ornate da decine di fori da proiettile. Gli arrestati, molte volte si tratta di adolescenti sedicenni o anche più giovani, spariscono nelle carceri israeliane per settimane, senza che i familiari vengano informati dei motivi. Infatti, la legge israeliana prevede il carcere preventivo, contro ogni diritto civile e umano, per ogni individuo che rappresenta un potenziale pericolo per lo stato. Dato che i palestinesi in toto vengono percepiti di fatto come terroristi, potenzialmente ogni palestinese, che sia uomo o donna, giovane o anziano, può essere considerato pericoloso. Due giorni prima della nostra visita il campo profughi di Aida ha subito un attacco. Decine di poliziotti e militari sono entrati sparando e manganellando su tutti gli abitanti che si trovavano in strada; il tutto per arrestare un ragazzo. Un anno fa improvvisamente è partito uno sparo da una torretta del muro che passa a Betlemme e che ha ucciso una ragazzina che giocava in una casa del campo di Aida. Chiudersi in casa non dà garanzie di sicurezza. Purtroppo la violenza militare non si ferma neanche davanti alle scuole. La scuola per bambine del campo, anche questa amministrata dalle Nazioni Unite, è stata più volte oggetto di attacchi militari, cosicché la direzione dell’istituto ha deciso di fare murare le finestre delle classi per proteggere le alunne di otto-tredici anni.

I campi profughi si assomigliano. Anche nel campo di Ramallah la violenza segna la vita quotidiana. Nel campo di Ramallah veniamo accompagnati da militanti del People’s Party. Ci mostrano gli sforzi degli abitanti e delle organizzazioni all’interno del campo per rendere la vita un po’ più sopportabile e normale, anche se il concetto di normalità in un campo profughi ha dei connotati molto particolari che hanno poco a che fare con la nostra percezione di normalità. Ciononostante nel campo di Ramallah ci sono un asilo, un punto di incontro per anziani, un consultorio e addirittura un club sportivo. Le infrastrutture che a noi paiono ovvie ed elementari, nel contesto di povertà, disoccupazione, violenza e a volte disperazione, diventano una forma di resistenza contro l’occupazione.

La violenza non si ferma neanche davanti ai bambini. I nostri accompagnatori ci raccontano che mesi fa tre bambini che giocando si sono avvicinati ad un insediamento ebraico sono stati uccisi da colpi di arma da fuoco partiti dall’insediamento stesso. Anche questo fa parte della vita quotidiana in Palestina. Tutti si augurano che, se i colloqui di pace dovessero ripartire, si trovi una soluzione anche per i profughi. Sono più di dodicimila i profughi del ’48 che vivono tuttora nei campi.

Bei’lin

Bei’lin è un paesino di poche case adagiato sulle collinette al confine tra Cisgiordania e Israele. E fin qui Bei’lin assomiglia a decine e decine di altre piccole località sparpagliate sulla West Bank. Ma Bei’lin è più che una semplice piccola comunità di contadini, è diventato il simbolo della resistenza contro il muro. Infatti la comunità di Bei’lin, supportata da una squadra di avvocati, ha presentato ricorso contro il percorso del muro previsto dalle autorità Israeliane, perché il muro avrebbe diviso il paese dai terreni di appartenenza dei contadini e su territorio palestinese. Con una sentenza del 5 settembre 2007 la corte costituzionale israeliana ha ordinato di cambiare il percorso del muro lasciando integra l’unità territoriale del paese palestinese con i terreni circostanti. Ma, come ci racconta Nassir, attivista dell’iniziativa locale contro il muro, il presidio militare e i fili spinati seguono tuttora il vecchio percorso, in seguito alla sentenza divenuto illegale, del muro. Per questo il comitato contro il muro di Bei’lin continua la sua lotta , “con mezzi pacifici”, come ci assicura Nassir. Nassir fa un esempio: il comitato ha denunciato una ditta canadese incaricata della costruzione del muro per violazione dei diritti umani e per avere sostenuto la guerra contro il popolo palestinese. Ogni venerdì dopo la preghiera il comitato locale organizza una manifestazione contro il muro che attraversa il paese per dirigersi al checkpoint israeliano. I militari israeliani rispondono regolarmente allo “stop the wall” dei manifestanti con getti d’acqua mista ad un composto chimico che brucia la pelle e che praticamente è indelebile, per poi rincarare la dose con gas lacrimogeno. Alla manifestazione partecipano regolarmente decine di pacifisti provenienti da tutto il mondo, una presenza importante per il comitato, perché dà una certa garanzia di sicurezza. Anche Abdullah fa parte del comitato contro il muro. Dopo la manifestazione ci invita a casa sua e spiega che è stato arrestato più volte e che tuttora deve presentarsi ogni mese in tribunale. Poi aggiunge che invitano i pacifisti, anche quelli israeliani, a pernottare nel paese, cosicché questi possano documentare le incursioni notturne dei militari, i quali entrano nel paese in gruppi di trenta, circondano le case sparando, per poi entrare arrestando gli attivisti, funzionari di partito e vari leaders.Tornati a Ramallah, il giorno dopo la manifestazione la news letter del comitato di Bei’lin ci informa che durante la notte gli israeliani hanno arrestato 35 persone, fra le quali alcuni minorenni e un pacifista straniero.

Al Quds

Una giovanissima poliziotta di servizio all’aereoporto Ben Gurion di Tel Aviv lo dice senza fare una grinza, dopo aver controllato i nostri bagagli e dopo aver “scoperto” materiali informativi sulla Palestina: “Palestina do not exist”, la Palestina non esiste. In questa frase si materializza il nodo gordico del problema. Mentre per anni molti palestinesi si rifiutarono di accettare il diritto di Israele ad esistere, posizione che oramai riguarda solamente una minoranza della società palestinese (anche Hamas in parte sta cedendo su questo), una grossa parte degli israeliani non accetta il diritto dei palestinesi ad avere uno stato autonomo, sognando spesso la “grande Israele” che ingloberebbe i territori palestinesi, ovvero la West Bank e la striscia di Gaza. Ma in Israele ci sono molti oppositori al progetto sionista, anche se negli ultimi anni i movimenti pacifisti israeliani come i Refusnik, gli obiettori o il movimento “Peace Now” hanno perso la forza che avevano negli anni novanta. Una delle organizzazioni più attive all’interno del movimento per la pace israeliano è l’ICAHD, fondata da Jeff Harper. ICAHD è l’acronimo di Israel Committe Against House Demolition. Ita Mar, attivista del ICAHD, ci accoglie nell’ufficio dell’organizzazione a Gerusalemme Ovest e ci spiega la loro attività. Gli attivisti dell’ICAHD organizzano visite guidate alternative a Gerusalemme, in primo luogo per spiegare la politica di ebraizzazione di Gerusalemme Ovest che comprende fra l’altro la distruzione di case arabe e la costruzione di insediamenti israeliani. Ita racconta che per un palestinese è quasi impossibile ottenere l’autorizzazione del municipio per costruire una casa. Così si spiega la grande quantità di case abusive sorte nella parte araba della città. Secondo le stima dell’ICAHD più della metà delle 40,000 case nella parte orientale di Gerusalemme sarebbero sorte senza permesso, situazione che l’amministrazione usa per ordinare la distruzione sistematica delle case abusive, lasciando sulla strada decine e decine di famiglie senza alternativa di soggiorno. La distruzione di case arabe è parte della strategia che oramai da anni l’amministrazione di Gerusalemme attua al fine di creare una Gerusalemme israeliana omogenea.

Saleh Ra’fat, segretario del partito della sinistra palestinese FIDA e membro del direttivo dell’OLP, invece cita un piano dell’amministrazione cittadina secondo il quale la percentuale della popolazione araba di Gerusalemme Est dovrebbe scendere dall’attuale 30% al 12% entro il 2020. Di fatto la popolazione araba di Gerusalemme non ha diritti. Le ordinanze di abbattimento delle case di solito sono legittimate con la mancanza del permesso di costruzione, ma a volte le case palestinesi vengono abbattute per questioni di sicurezza su ordine militare, perché le zone in cui si trovano vengono dichiarate dall’autorità zone militari. Infine una parte delle distruzioni viene effettuato seguendo la logica della punizione collettiva: se un membro di una famiglia compie un atto illegale, spesso l’intera famiglia perde la casa come atto di ritorsione. Le famiglie colpite da ordinanza di sgombero soffrono uno stress psicologico enorme, perché possono passare settimane, mesi o anche anni, finché l’ordine viene eseguito dalle ruspe, il tutto a discrezione dei pubblici ufficiali. Ita ci mostra durante il tour a Gerusalemme come gli insediamenti ebraici stanno sconvolgendo la composizione etnica della parte orientale. Gli insediamenti crescono di continuo e ormai creano quasi una unità circondando la popolazione araba della città. Ita cita alcune cifre: i palestinesi, pur rappresentando il 36% della popolazione di Gerusalemme contribuiscono al 40% degli introiti per il municipio e ottengono solamente il 7,2% di investimenti pubblici; mentre gli israeliani negli ultimi anni hanno avuto a disposizione giornalmente ca. 250 litri di acqua a persona, la quota per i palestinesi scende a 66 litri. Il tutto fa appunto parte del disegno di omogeneizzazione etnica della città. Ma Ita sottolinea che i settler, coloro che vanno ad abitare negli insediamenti, di solito non sono mossi da sentimenti razzisti, bensì attirati dai prezzi bassi, dalle moderne infrastrutture, da una qualità della vita alta. Comunque sia, gli insediamenti creano una barriera enorme al processo di pace, una barriera, secondo Ita, ancora più pericolosa del muro vero e proprio che sta circondando anche Gerusalemme. Il muro in un futuro remoto potrebbe venire anche rimosso, mentre le centinaia di migliaia di coloni non potranno venire spostati. Il tutto farebbe appunto parte della politica dei fatti compiuti perseguita non solo dalla municipalità di Gerusalemme, ma anche dai governi israeliani, siano essi di sinistra o di destra.

L’occupazione comunque non riguarda solo i territori palestinesi, ma sta lentamente appropriandosi anche della cultura araba. All’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv si vedono già manifesti pubblicitari che spacciano i Falal, alimento vegetariano tipico delle zone arabo-palestinesi, come prodotti israeliani, così come le famose ceramiche di Hebron e addirittura le Kefyah. Anche per questo la ministra palestinese per la cultura Siham Barghouti, che incontriamo a Ramallah, sottolinea l’importanza culturale di Gerusalemme Ovest per la Palestina intera e di conseguenza gli sforzi del suo ministero per sostenere le organizzazioni culturali, ancora di più nel 2009 che vede Gerusalemme (al-Quds per i palestinesi) capitale della cultura dei paesi arabi.

Per i palestinesi della West Bank Gerusalemme rappresenta spesso solo una chiazza bianca sconosciuta sulla cartina geografica. Visitare la loro capitale ideale per la stragrande maggioranza dei palestinesi a causa dei check point è praticamente impossibile. Per questo gli sforzi del ministero per la cultura palestinese per tenere vivo l’interesse per Gerusalemme, e per la sua valenza culturale, sono elevati e passano per un lavoro di informazione e di sensibilizzazione nelle scuole, nelle università e nei centri culturali. In più la ministra spiega che vengono organizzati meeting  e campeggi per bambini e ragazzi di Gaza, della West Bank e di Gerusalemme, ai quali prendono parte anche bambini israeliani. Infatti, secondo la ministra, il dialogo con gli israeliani (che pure esiste, anche se al momento subisce grosse difficoltà) è una condizione sine qua non per la pace, mentre la formazione e l’istruzione sono la base per una democrazia funzionante. Siham Barghouti ha un sogno da realizzare e per il quale sta lavorando duramente: di superare l’isolamento forzato del suo paese, di creare ponti verso il mondo arabo e verso l’Europa, non da ultimo per “aprire le menti della gente”.

Hebron, la bella

Hebron è stata un importante centro del commercio per più di 5,000 anni. Dal 1994 però questa funzione ha subito di colpo uno stop e con essa la convivenza pacifica di ebrei e palestinesi. Erano le sette del mattino del 25 febbraio 1994 quando il medico ebreo fondamentalista Baruch Goldstein, proveniente dall’insediamento di Kiryat Araba nei pressi di Hebron, è entrato nella moschea durante la preghiera uccidendo trenta persone e ferendone a decine. Aveva con sè un mitragliatore M16. Il medico è stato massacrato dai superstiti, mentre nelle ore successive sono scoppiati scontri fra palestinesi ed ebrei in tutta la città, durante i quali la polizia ha ucciso altri 20 palestinesi. In seguito un attentatore suicida si è fatto esplodere in un autobus a Tel Aviv uccidendo 22 israeliani. Nelle settimane successive seguirono altri attentati da parte di palestinesi.

Da allora la città vecchia di Hebron è stata dichiarata zona militare, con 1,500 soldati a difesa dei 400 coloni ebrei, che vivono appunto nel centro della città. Ma il centinaio di blocchi militari e la costituzione di una zona militare hanno portato alla morte commerciale dell’antica città. Le decine di strade dell’antichissimo suq bloccate dai soldati e le centinaia di botteghe chiuse, ufficialmente sempre per questioni di sicurezza, tengono lontani i clienti che erano soliti affollare il suq. In più i coprifuoco (ben 583 giorni fra il 2000 e il 2003) imposti dalle autorità militari hanno paralizzato quel poco che è rimasto di commercio. Ad oggi sono chiusi il 76% delle botteghe, 512 su ordine della polizia e 1141 per mancanza di clienti. I blocchi stradali impediscono anche una vera e propria vita sociale in città. I cittadini per andare a trovare parenti, amici o conoscenti, spesso devono fare dei lunghissimi giri. Per potere accedere al cimitero che si trova nel centro della città e che prima del 1994 era raggiungibile in pochi minuti, oggi si devono percorrere ben 12 chilometri che richiedono ore. La morte economica e sociale della città si materializza sui muri della città, splendidi esempi di architettura araba, che raccontano una storia centenaria, ma che ormai da anni si stanno sgretolando, sgretolando anche l’identità della città e dei suoi abitanti. Ma un comitato per il restauro del centro storico si oppone al declino architettonico e culturale, ripristinando lentamente e con aiuti economici dall’estero la bellezza di Hebron.

Sempre a Hebron, il piccolo Hussein, ci mostra l’abitazione della sua famiglia. È una casa situata nel suq e composta da alcune stanze appoggiate una sopra l’altra in modo assimmetrico, tipico per l’architettura medievale araba, e raggiungibile tramite un stretta scalinata. Hussein ci porta a quella che era la sua cameretta all’ultimo piano e che ora è un triste simbolo del conflitto. La cameretta di Hussein lo scorso dicembre è stata data alle fiamme dai coloni che abitano nella casa di fronte. Da allora Hussein dorme all’aperto davanti all’ingresso di quella che fu la sua stanza. Ciononostante non ha potuto impedire che la notte precedente la nostra visita, sempre i coloni, abbiano forato le cisterne dell’acqua. Questa guerriglia unilaterale colpisce molti abitanti palestinesi di Hebron, che non possono intraprendere nulla. Infatti i coloni sono protetti da filo spinato, da torrette di controllo dei militari israeliani e da 1,500 soldati stazionati nel centro della città. Una di queste torrette si trova proprio a pochi metri dalla camera di Hussein. Salendo sul terrazzino un mitragliatore puntato su di noi ci da il benvenuto. Inoltre da anni si è fatta largo l’usanza dei coloni di buttare dalle finestre delle loro case tutti i tipi di immondizia, sporcizia e addirittura le feci sulle stradine del suq. Per proteggersi gli abitanti del suq hanno messo delle reti e delle tele che coprono tutto il centro. Questa è vita quotidiana a Hebron, la più bella città della Palestina.

L’HWC

Yussuf Habbash è un collaboratore del Health Works Committee e rappresentate palestinese nel gruppo di lavoro del così detto processo di Barcellona. L’ufficio del HWC a Gerusalemme è stato chiuso dalle autorità israeliane che hanno accusato l’organizzazione di terrorismo. Habbash chiarisce subito che il problema palestinese non è di carattere umanitario ma principalmente di ordine politico. Anche se gli aiuti umanitari ed economici dall’estero sono ovviamente importanti, per Habbash la tragedia palestinese può essere superata solamente tramite degli accordi politici.

Purtroppo però la politica israeliana spinge molti palestinesi verso situazioni esistenziali molto precarie. Ma, secondo Habbash, il tutto indirettamente coinvolgerebbe anche noi europei. Infatti Habbash ci tiene a precisare che molti edifici pubblici, distrutti dagli attacchi militari dell’esercito israeliano, sono stati finanziati dall’UE, edifici, che poi verranno ricostruiti ancora con aiuti internazionali, creando così una assurda spirale di costruzione-distruzione-ricostruzione teoricamente infinita. Il tutto, come sottolinea Habbash, anche a scapito dei cittadini europei.

Secondo Habbash la strategia politico-militare israeliana avrà a lungo termine quattro cause di carattere igienico-sanitarie: a causa della mancanza di sistemi fognari adeguati gli insediamenti riversano i rifiuti nei territori circostanti, contribuendo, secondo Habbash, all’aumento dei cancri fra la popolazione palestinese; le continue incursioni militari hanno prodotto forme di stress psicologico acuto diffusissime soprattutto fra i bambini, ma anche fra le donne e gli anziani;un ulteriore problema che grava sul sistema sanitario palestinese sono i molti invalidi, che sono aumentati fortemente dopo la seconda intifada; ma anche i molti arresti e imprigionamenti nelle carceri israeliane comportano spesso disturbi psichici negli uomini e nelle donne, che a volte vengono imprigionate con i loro bambini, i quali a loro volta ne soffrono immensamente. Se si tiene presente, che, come racconta Habbash, “in ogni famiglia vi sono almeno cinque o sei persone che hanno dovuto fare l’esperienza del carcere”, l’enormità del problema diventa evidente.

Il racconto di Shalit

Shalit è seduta fiera sul sofà nell’atrio della sua casa nel campo di Ramallah mentre racconta la sua storia. Dopo averla ascoltata si rimane quasi meravigliati di come Shalit abbia mantenuto la voglia di lottare, ci si aspetterebbe piuttosto una donna distrutta. Invece Shalit entra in un vortice di racconti che mette in difficoltà il nostro traduttore. Lasciamola raccontare:”Ho sette figli che hanno subito più volte il carcere. Due dei miei figli sono tuttora imprigionati, mia figlia è stata condannata a tre anni di carcere, di mio figlio non so nulla. Mi impediscono di visitarli ambedue. Nelle carceri non fanno differenza fra uomini e donne. Dopo la prima Intifada ci hanno vietato di entrare nella nostra casa, dovevamo dormire da parenti o amici. Questa situazione è durata un anno e mezzo. Uno dei miei figli è stato imprigionato nelle carceri israeliane complessivamente per ventuno anni e me lo hanno distrutto psicologicamente e fisicamente (anche lui fa parte del gruppetto che si è aggiunto a noi, ed è evidente che ha grosse difficoltà a parlare, ha tic nervosi e zoppica vistosamente).” Adesso è il figlio a continuare il racconto. “Ho iniziato a impegnarmi politicamente nel 1973, quattro anni dopo sono stato arrestato la prima volta e ho trascorso 65 giorni in una cella di isolamento. Seguirono altri tre arresti, complessivamente ho trascorso 21 anni in prigionia. Faccio parte di Fatah, adesso grazie a degli amici l’OLP mi passa una piccola “pensione”. Durante l’ultimo arresto era presente un ufficiale dei servizi segreti israeliani che mi voleva dare la responsabilità per vari attacchi terroristici. Ma anche se sono religioso, io sono a favore della soluzione dei due stati. Se Arafat ottiene uno stato, io sono pronto a cessare le attività politiche. È quello che ho detto all’ufficiale. Ovviamente non mi hanno creduto. Io andavo ripetendo che non avevo niente contro Israele.” È la volta della madre: “Una volta hanno torturato mio figlio davanti ai miei occhi. Volevano nomi, ma lui disse loro che potevano anche spellarlo vivo, ma che non sapeva nulla. A me non concedono di andare alla Mecca, un sogno che ho da molti anni, perché i miei figli sono militanti politici e mi considerano persona non grata. Una donna del campo che lavora a scuola è stata arrestata mentre svolgeva il suo lavoro ed è stata incarcerata per quattro giorni. Il motivo dell’arresto era l’accusa di avere nascosto un’arma per conto del figlio. In seguito i militari hanno arrestato anche due suoi figli. I militari le hanno anche offerto dei soldi, ma lei ha ripetuto all’infinito che non aveva nascosto nulla, che potevano anche ucciderla, ma che non aveva nulla. Dopo un mese l’hanno lasciata in pace.” Infine, il figlio di Shalit la mette sul politico: “L’Europa deve essere più esplicita, prendere una posizione più chiara e sostenere il popolo palestinese. Per un soldato rapito gli israeliani hanno fatto una guerra, per 11,000 prigionieri politici palestinesi nessuno muove un dito.”

Incontro con il PARC (Palestinian Agricultural Relief Committee)

Lo stato israeliano, recependo una vecchia legge dell’epoca colonialista britannica, può confiscare terreni rimasti incolti per un certo periodo. In questo modo molti contadini palestinesi hanno perso le loro proprietà che non volevano o potevano coltivare, o perché il terreno si trova al di là del muro o perché l’agricoltura non garantisce un reddito. Da quando sono stati firmati gli accordi di Oslo il conflitto per la terra e per l’acqua si è inasprito. Ed è nel settore agricolo che il PARC agisce, incitando i contadini a coltivare i loro terreni, usando metodi tradizionali di coltivazione e di raccolta dell’acqua. Al centro dell’azione del PARC vi sono i programmi di coltivazione biologica, di produzione di concime organico e, in generale, di una agricoltura ecologica e sostenibile. I prodotti biologici rappresentano una importante nicchia di mercato per i contadini che aderiscono al PARC. Non è un caso che il PARC prema molto sull’agricoltura biologica, l’unico settore nel quale i palestinesi hanno possibilità di sviluppo, visto che il mercato alimentare tradizionale e industriale è totalmente in mano agli israeliani. Ma i più di 600 check point israeliani all’interno della West Bank impediscono un libero movimento non solamente ai singoli ma all’intera economia. I camion carichi di frutta, verdura ed altri prodotti alimentari spesso vengono bloccati per ore sotto il sole cocente mettendo a rischio la qualità dei prodotti. Ciononostante il PARC investe non solo nell’export, ma anche nel mercato interno. Gli agricoltori palestinesi esportano soprattutto prodotti di lunga durata, come il cous cous, i datteri, l’olio d’oliva o i pomodori essiccati. La speranza di sopravvivenza dell’agricoltura palestinese è anche legata alla collaborazione con organizzazioni del commercio equo e solidale, come la CTM o Banca etica. Dall’altro canto il PARC prende anche posizioni politiche, premendo sul boicottaggio dei prodotti israeliani, soprattutto di quelli provenienti dagli insediamenti, perché illegali e perché spesso vendono specialità tipiche palestinesi come israeliane, contribuendo alla distruzione della cultura palestinese. Il PARC sottolinea più volte che l’agricoltura rappresenta un importante elemento dell’identità palestinese e che anche per questo è da sostenere con tutte le forze, garantendo ai contadini per esempio delle assicurazioni medico-sanitarie a buone condizioni e sostenendoli economicamente tramite un fondo speciale, perché, lasciato solo, un contadino palestinese non avrebbe possibilità di sopravvivenza nel mercato globale. Il sostegno all’agricoltura ha anche una funzione sociale, soprattutto per quanto riguarda le donne. Il sostegno a cooperative di donne e di singole contadine ha permesso a queste di usufruire di un reddito proprio, rafforzando la loro posizione sociale all’interno delle famiglie. Non solo. Adesso ci sono molte più donne nelle istituzioni di alcuni anni fa. Una organizzazione femminile è l’AUA a Jenin, nel nord della Palestina, che si è prefissata di sostenere le donne della zona socialmente, economicamente e culturalmente, offrendo loro corsi di formazione professionale e corsi di aggiornamento che garantiscono un, seppur piccolo, reddito, un certo grado di autonomia (economica) e sicuramente un po’ di più autostima. L’AUA organizza anche corsi di recupero per ragazze e ha un centro di assistenza per bambini e adolescenti. Nell’ambito della loro attività, l’educazione sessuale ha un ruolo importante e un gruppo di psicologhe offre consulenza alle donne, che sono vittime di violenza. Gli atti di violenza da parte di mariti o padri nella società patriarcale palestinese purtroppo non sono una rarità. Le attività dell’organizzazione di Jenin sono estese anche alle donne delle località limitrofe. Sono circa 400 le volontarie che lavorano per l’AUA. Sono dati che sottolineano di come il sistema delle cooperative e dell’associazionismo siano importanti per lo sviluppo economico e sociale della Palestina. Il sostegno ai contadini persegue anche il fine di reinserirli nella società e di motivarli a partecipare alla costruzione democratica del paese. Infatti un numero elevato di contadini non partecipa alle elezioni perché ha perso la fiducia nella politica, rappresentando una grossa parte della cosiddetta “silent majority”. Per ridare loro fiducia il PARC sostiene più di 600 organizzazioni e progetti comunitari. L’importanza dell’agricoltura nel processo di sviluppo palestinese viene anche sottolineato dal fatto che all’università di Betlemme viene tenuto un corso di management dell’agricoltura, in cooperazione con istituti stranieri, come le università di  Pavia e di Dublino.

Incontro con il FIDA (Unione Democratica della Palestina)

Per il FIDA, partito della sinistra palestinese, sono due i pilastri centrali dell’azione politica: la resistenza contro l’occupazione e contro l’aggressione israeliana e la costruzione dell’Autorità Palestinese. Per il segretario politico Saleh Ra’fat il conflitto riguarda ogni centimetro di territorio. Dal 1967 il conflitto è territoriale, visto che vengono costruiti di continuo nuovi insediamenti nei territori occupati. Il governo Netanyahu è di fatto un governo di coloni. Il ministro degli esteri Liebermann è colono, il ministro degli Interni Barak vive in un insediamento in Cisgiordania vicino a Qalqylia. Attualmente all’interno della Cisgiordania ci sono ca. 600 posti di blocco. In più il muro, che viene legittimato con la necessità di sicurezza di Israele, cresce di continuo e di fatto è uno strumento per rubare territorio ai palestinesi e per allargare le zone degli insediamenti. In questo contesto il FIDA (come fra gli altri il presidente Abu Mazen) sottolinea che ci sono degli obblighi di Israele ai sensi della road map e che dal 2002 sono bloccati e che prevedono la cessazione di ogni forma di aggressione e occupazione, lo stop alla costruzione di nuovi insediamenti (che Israele legittima con la crescita naturale), lo smantellamento dei posti di blocco. Inoltre Israele dovrebbe ritirarsi da tutti i territori occupati dopo il 28 settembre 2002 (dopo la famosa camminata sulla spianata delle moschee di Sharon) e consentire la riapertura delle istituzioni palestinesi a Gerusalemme est. Tutti questi obblighi non sono mai stati realizzati. Il quartetto che ha coordinato i negoziati che hanno portato alla road map (USA, Russia, ONU, UE) dovrebbe fare pressione su Israele perché il negoziato può continuare solo dopo la messa in atto della road map. Inoltre serve sbloccare la situazione a Gerusalemme perché la capitale rappresenta una questione principale, anche se Netanyahu ha dichiarato che Gerusalemme è da considerarsi fuori dai negoziati. Israele controlla tutte le risorse dell’acqua in Cisgiordania, mentre i villaggi palestinesi soffrono di mancanza d’acqua. Per fare un raffronto: i villaggi palestinesi non prendono neanche un quinto dell’acqua degli insediamenti israeliani. Israele deve riconoscere che ci sono due stati indipendenti. Se Israele accetterà e attuerà i punti della road map, il FIDA sarà disponibile a nuovi negoziati con la presenza del quartetto. Inoltre è necessaria una data precisa entro la quale arrivare a risultati concreti. Un altro problema è rappresentato dagli 11,000 prigionieri politici. Ra’ fat vorrebbe superare le divisioni con Hamas a Gaza, e da dicembre ci sono dei colloqui al riguardo. Hamas però vuole di fatto due entità divise, mentre per il FIDA la Palestina è una sola autorità indivisibile. Per superare la crisi il FIDA propone un governo di transizione fino alle elezioni del gennaio 2010, ma Hamas si rifiuta e propone di posticipare le elezioni di due anni, per guadagnare tempo, visto che la sua popolarità a Gaza è scesa di molto. A Gaza i sostenitori di Hamas godono di molti privilegi, mentre la gente soffre la fame. Hamas vuole applicare la sharia nella striscia, le avvocatesse da poco devono coprirsi completamente nei tribunali, nelle scuole. Anche in quelle per i profughi amministrate dall’ONU vige la separazione tra maschi e femmine, le insegnanti sono obbligate a portare il velo, e le località vengono pattugliate dalla milizia del pudore costituita di recente che vieta alle coppie sposate addirittura di andare insieme in spiaggia. Ma la popolazione non vuole questo sistema “talebano”, come lo definisce Ra’fat, , e per questo la parola deve essere data al popolo. Il FIDA vuole contribuire a rafforzare la democrazia in Palestina e per questo è importante che tutte le elezioni, quelle amministrative, quelle presidenziali, l’elezione per il nuovo consiglio legislativo dell’OLP e dell’Autorità Palestinese, vengano svolte a gennaio. Dopo il congresso di Fatah il FIDA si impegnerà ad accelerare il lavoro insieme agli altri partiti per accordare la data delle prossime elezioni. Inoltre il FIDA sta lavorando per unire tutta la sinistra che attualmente è debole perché frammentata. Con il People’s Party non ci sono differenze politiche che legittimerebbero una divisione. Alle ultime elezioni i due partiti si sono presentati praticamente con lo stesso programma.

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